Giulio Aristide Sartorio

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Figura trainata da leoni

inchiostro bruno su carta
22,5 x 16,6 cm
1900

 

Cartiglio: Sheperd Gallery, New York

 


Giulio Aristide Sartorio fu allievo del padre Raffaele e del nonno Girolamo, entrambi scultori e pittori di origine novarese, studia da autodidatta, esegue copie di affreschi, mosaici, quadri e statue delle basiliche e dei musei romani e all'inizio dipinge per artisti italiani e stranieri che firmano i suoi quadri con il loro nome. In questa attività (abbastanza fortunata, visto che a 19 anni ha già uno studio a via Borgognona) si rifà a una pittura commerciale, di genere o di ambiente settecentesco e nello stile di Mariano Fortuny.

Per sé, invece, lavora dal vero nella campagna romana, ed espone nel 1882 all'Esposizione di Roma il dipinto Malaria, ora nel Museo argentino di Córdoba, nello stile verista, adottato dal Michetti e dal Palizzi.

Coltiva anche relazioni nel giro artistico-mondano di Roma: collaborando con la rivista Cronaca Bizantina, stringe amicizia con D'Annunzio, conosce Carducci e Edoardo Scarfoglio. Nel 1886 illustra il romanzo dannunziano Isotta Guttadauro, dove appare la sua adesione alla poetica preraffaellita di William Holman Hunt, John Everett Millais e Ford Madox Brown. Nel 1889 si reca a Parigi col Michetti, esponendo con successo I figli di Caino, premiato con medaglia d'oro. Ospite del Michetti a Francavilla al Mare, si applica al paesaggio, interpretato secondo un gusto decorativo, e approfondisce la tecnica litografica e fotografica. Nel 1893 aderisce al gruppo di Nino Costa In arte libertas.

Ma i suoi gusti vanno alla pittura di carattere liberty e di derivazione letteraria, come appare tanto nelle illustrazioni de Il Convito di Bosis quanto nel trittico Le vergini savie e le vergini stolte nel Museo di Roma.

Dopo un viaggio in Inghilterra, per conoscere direttamente il preraffaellismo, dal 1895 al 1899 è in Germania, professore nell'Accademia di Weimar, dove conosce Nietzsche e i simbolisti tedeschi e produce Diana di Efeso e gli schiavi e La Gorgone e gli eroi, nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, Sera di primavera e le due versioni di La Sirena o Abisso verde, conservate nella Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza e nella Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, così commentate da Pirandello: "....dall'alto del quadro una breve barca si piega a seguir l'onda; sulla barca, proteso e supino, un adolescente cinge con un braccio l'emersa incantatrice. In quest'onda è tagliato con sommo ardire tutto il quadro. E vi par di sognare, guardandolo".

Per il Salone centrale dell’Esposizione Internazionale del 1907 realizzò un grande ciclo decorativo per illustrare, sulla base della mitologia, il «poema della vita umana», Si tratta di quattordici scene, dipinte su 240 mq in soli nove mesi, prive di elementi architettonici e caratterizzate da figure monocrome in movimento. La complessa iconografia realizzata dall'artista si articola nelle quattro scene principali – La Luce, Le Tenebre, L’Amore, La Morte – intramezzate da dieci pannelli verticali, delineando una visione intensamente drammatica dell’esistenza. Tra i due estremi si situano le allegorie delle Tenebre e la divergenza tra le figure di Eros e Himeros, il buono e il cattivo amore. Le opere rimasero in situ anche per l’edizione successiva (1909).

Oltre ai fregi allegorici a chiaroscuro per le Biennali veneziane, dipinse decorazioni di gusto simbolista per l'Esposizione di Milano e il fregio allegorico per la nuova aula della Camera dei Deputati, in Palazzo Montecitorio, dal 1908 al 1912. Tale fregio continuo è composto da 50 tele, disposte nella parte superiore dell'aula, contenenti circa duecentosessanta figure, realizzate con la tecnica dell'encausto. Tale tecnica permetteva una maggiore rapidità nell'esecuzione e una maggiore resistenza agli agenti atmosferici rispetto al più tradizionale affresco. La composizione del fregio, che fu concepita dal Sartorio in rapporto all'architettura, rappresenta «la visione epica della storia d'Italia, il contenuto lirico della sua civiltà secolare, la Giovane Italia serena sulla quadriga trionfale, allo spettacolo denso della sua storia», secondo la definizione fornita dall'artista stesso in un articolo su La Tribuna (Il fregio della nuova aula in Parlamento, 22 settembre 1913). 
In Italia fa parte del Gruppo dei Venticinque, paesaggisti della Campagna romana, esponendo nel 1914 a Venezia ottanta tempere.

Nominato insegnante dell'Accademia di Belle Arti di Roma, nel 1915 parte volontario nella prima guerra mondiale, dove viene ferito e fatto prigioniero. Trascorre due inverni nel campo di concentramento di Mauthausen ed è poi liberato grazie all'intervento di Papa Benedetto XV, quindi torna al fronte come disegnatore e pittore, di questo periodo sono le illustrazioni di ventisette episodi bellici, ora nella Galleria d’Arte Moderna di Milano, di un realismo fotografico.

Negli anni venti viaggia in Egitto, Siria e Palestina, in Sud America accompagnando una propria mostra itinerante, in Giappone e nel Mediterraneo. Nel 1925 sottoscrive il "Manifesto degli intellettuali del Fascismo", e nel 1929 è nominato accademico d'Italia. Nel 1930 gli viene affidata la decorazione del Duomo di Messina, di cui completa i bozzetti, ma non il mosaico e partecipa per l'ultima volta alla Biennale Internazionale di Venezia.

Giulio Aristide Sartorio muore il 3 ottobre 1932 a Roma.

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