Orazio Pigato

Natura Morta

Olio su tavola
25 x 40 cm
1948

Non disponibile

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Verona Innevata

Olio su tavola
35 x 27 cm
1946

Non disponibile

Orazio Pigato, nato a Reggio Calabria 6 marzo 1896 (muore all’improvviso a Verona il 27 giugno 1966), trascorre l’infanzia e l’adolescenza con Farina e Zamboni. Si diploma in Pittura alla Cignaroli nel 1915 e nel 1935 diviene docente presso la Regia Scuola d’Arte (il futuro Istituto d’Arte Nani, oggi Liceo Artistico Boccioni-Nani). Con Farina e Zamboni inizia il suo percorso di rara semplicità poetica (come annotano Ugo Nebbia e Carlo Carrà) che lo segnala giovanissimo alle giurie regionali come quella di Vicenza del 1920 e internazionali come quella di Venezia.

La sua pittura ha uno sviluppo lineare che prende le mosse dalle secessioni viennesi e monacensi e sviluppa gli stessi temi che avevano appassionato e appassioneranno tutti i giovani pittori del primo ventennio del Ventesimo secolo. A questa impronta secessionista Pigato aggiunge un sempre più attivo riferimento post-impressionista, più che impressionista, con accostamenti anche a Corot, oltre che a Sisley e Marquet e non mancano «impressioni» da Matilde Sartorari (che con lui aveva esposto a Vicenza nel 1920 ed è per alcuni aspetti tonali non lontana dalla sua pittura) e Pio Semeghini.

La fama presto acquisita, la fraterna amicizia con i colleghi e la frequentazione degli incontri e dei confronti che si tenevano a Villa Pavarana, arricchirono la sua vena poetica e permisero a Pigato di approfondire i temi della sua ricerca: nature morte, fiori, paesaggi e contrade.

Di un inedito fondo pigatiano, ricordo un piccolo cartone con due scarponi sgangherati (forse erano i suoi scarponi militari, visto che fu decorato con la Croce al merito), dipinti con densa pasta di colore, giocata quasi a strati. Quel piccolo olio non era l’unico di questi primi anni di ricerca che, confrontandosi con il complesso contesto cittadino (Verona, anche grazie alla sua antica Biennale, era città non secondaria nel panorama artistico italiano del primo Novecento) trovò la sua strada: colori attenuati, svaporati e vaporosi insieme, su cui la luce addensa dall’interno delle forme le sue luminescenze. Questo avviene già con i paesaggi degli anni Venti e Trenta (specialmente quelli dedicati alle nevicate). E poi i suoi fiori, in mazzi o in cestini: i quadri che ogni collezionista veronese e non solo, possiede ed ama.

Non è solo in questi quadri il meglio di Pigato: si pensi ad esempio a Barche in secco a Chioggia (firmato, e sicuramente dei primi anni ’30, esposto nel 1997 all’Officia dell’Arte) e ad una stupefacente ripresa alla Marquet: Auxonne, firmato e datato 1966. Per sottolineare con questo suo ultimo quadro una costante presenza culturale nella pittura di Pigato, che non ha mai dimenticato le origini culturali e sentimentali, anche quando gli sviluppi sembravano averle totalmente disperse e dimenticate.

Un’ulteriore conferma viene da questa breve nota di Alberto Busignani a commento del quadro Colline veronesi presentato alla XII Mostra Nazionale Premio del Fiorino del 1961: «Nella sua pittura un colore quanto mai sensibile alla luce e al tono si affianca a un’elegante organizzazione formale. È pittore di sensibili aderenza figurativa».

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